Cardillo Piacentini Danilo
Our CEO

Dicembre 2024

Ci parli di come è nata COMEA.

COMEA nasce nel 2001 dalla volontà mia e di mio padre. Io ero appena laureato, mio padre lavorava già settore industriale.

Sono partito dal basso, come si suol dire. Ricoprendo le mansioni più disparate, ho avuto modo di comprendere essenze e criticità del lavoro, dell’azienda e dei processi.

Occupandomi successivamente dell’acquisizione e gestione delle commesse ho imparato a capire chi fossi e ad esplorare capacità e limiti mettendomi costantemente alla prova.

Ho scoperto attitudini commerciali, capacità comunicative, di problem-solving, di perseveranza e pazienza che non pensavo di avere così spiccate.

Chi è Lei oggi.

Sono una persona che ama profondamente la sua azienda, responsabile dei propri dipendenti e delle proprie famiglie, orientato ogni giorno al futuro, all’innovazione e alla crescita, che si mette continuamente in gioco.

Cosciente ad ogni sfida di affrontare un percorso nuovo e non esente da ostacoli, pronto sempre a gestire situazioni complesse, a volte anche incerte, che non si arrende mai dinanzi alle difficoltà, inevitabili.

Ha mai avuto paura?

La paura è parte di noi. Guai se non la provassimo. È quello stato emotivo che si presenta spesso davanti alle avversità, ma necessario, in quanto utile a tirar fuori il meglio di sé.

Avere paura insegna ad avere coraggio. Gli ostacoli che si presentano lungo il percorso rappresentano quello slancio che induce ad andare oltre i limiti della mente e dell’impresa stessa.

Per raggiungere obiettivi e per diventare ciò che si desidera essere, bisogna anche e soprattutto saper ballare sotto la pioggia. nella vita, nel lavoro e negli affari.

Le difficoltà sono tante solo se le vedi come tali, ma se le guardi come opportunità la prospettiva cambia.

La COMEA di oggi è nata dal come superare un momento di difficoltà e cosa potevamo inventarci per uscirne, creando un percorso che potesse anche piacerci. Ci siamo principalmente dedicati e concentrati ad un settore di nicchia, quello della progettazione e fabbricazione di macchine per la produzione, movimentazione, posa e stoccaggio dei cavi sottomarini.

Con sacrificio e tanto impegno siamo diventati una bella realtà, conosciuta, apprezzata a livello europeo ed internazionale e per me, da italiano quale sono, questo è motivo di grande orgoglio.

Il suo detto è che per essere imprenditori bisogna essere folli.

Lo riassumo in una frase: ingegnarsi, investire senza l’assoluta certezza di un ritorno o immediato ritorno economico.

Nel fare impresa non è tanto importante domandarsi “perché?”, ma è bene chiedersi “perché no?”.

Non bisogna mai limitarsi riguardo a quello che si pensa essere in grado di fare. Quanto più la nostra mente è in grado di arrivare lontano tanto più si può arrivare lontano. Quello in cui crediamo è quello che può essere raggiunto.

Perseveranza, determinazione e curiosità sono fondamentali. Non di poca importanza è la dinamicità. Avere una mente ed un approccio flessibile, in grado di adattarsi e di modularsi alle situazioni, agli eventi, alle difficoltà, alle opportunità, è una chiave indispensabile per il successo.

Questo non vuol dire che non si può perdere o fallire. Non si può pensare di essere imbattibili o infallibili. È come ci si rialza dalle perdite e dai fallimenti, la comprensione dei propri errori o non errori a fare la differenza, a permettere di rialzarsi e ricominciare più forti di prima.

Fare impresa vuol dire prendere numerose decisioni ogni giorno. A volte alcune decisioni si rivelano giuste, altre volte sbagliate.

Secondo la sua opinione l’Italia è un Paese in cui l’innovazione e l’imprenditorialità vengono agevolate? Il nostro Paese ha agevolato (o ostacolato) il suo percorso aziendale?

L’Italia nasce come un paese industriale, ma purtroppo ad oggi fare impresa in Italia è complicato, Le aziende piccole, medie e grandi che siano subiscono una grave pressione fiscale, il costo del lavoro è alto, i capitali diminuiscono ed è per questo che bisogna inventarsi e reinventarsi ogni giorno.

Il problema delle aziende italiane non è tanto la produttività, quanto la dimensione. A parità di dimensione e settore, le imprese italiane sono produttive tanto quanto quelle di altri Paesi, ma il 97% del tessuto imprenditoriale italiano è fatto da piccole e medie imprese. L’Italia ha il più alto numero di piccole e medie imprese di tutta Europa e queste hanno solo il 5% di probabilità di diventare grandi aziende, la metà rispetto alla Germania e un terzo di Stati Uniti e Regno Unito.

Per crescere, le imprese devono fare investimenti. Per farlo, o si hanno capitali di rischio da investire, o si è vincolati a chiedere prestiti e ricorrere al credito con tassi di interessi elevati.

La crisi d’impresa in Italia è in aumento. L’avvio da parte di aziende in difficoltà di nuove procedure per gestire crisi d’impresa, scioglimenti e liquidazioni aumenta di anno in anno.

Nel nostro caso, siamo riusciti a sopravvivere e attualmente riusciamo a vivere e a crescere avendo creduto ed investito, con grosso sacrificio iniziale, su clienti e mercati esteri focalizzati su qualità, innovazione tecnologica e sostenibilità.  Tre concetti che in Italia, purtroppo, ancora ad oggi faticano a camminare di pari passo.

Qual è la sua più grande prospettiva futura?

Di continuare ad essere una buona e valida azienda, su cui poter contare.

La più grande prospettiva futura non è diventare una grande azienda, ma essere una grande azienda, riconosciuta e all’altezza dei nostri clienti ed in parte, credo, già lo siamo!